Il dubbio espresso alla fine del post precedente sul fatto che il racconto sarebbe continuato era evidentemente fondato. A circa un mese di distanza aggiungo qualcosa ad un racconto di eventi già sbiaditi nella mia mente.

Una cosa che ricordo bene di Tōkyō è il sushi. Alla faccia di chi si lamenta che non mangia il pesce crudo, vicino al famoso mercato del pesce di Tsukiji ho mangiato il sushi più buono della mia vita. Visto il luogo, nei meno spilorci si è manifestata la volontà di mangiare qualcosa di tipico e buono e così ci siamo fatti trascinare da un vecchietto con cartello all’interno di una specie di bettola con menù a prezzo fisso. Posso solo dire che anche se la quantità era ridotta la qualità è valsa i circa 30 euri spesi.

Nei giorni successivi abbiamo visitato Shōwakan e Museo di Edo-Tōkyō. Allo Shōwakan (che per la cronaca è il museo dell’era shōwa→1926~89) abbiamo avuto una guida davvero brava. Era una signora di una cinquantina d’anni che dava delle spiegazioni in un giapponese molto piacevole e chiaro. Nel bel mezzo della visita guidata ho esperito il mio primo terremoto a Tōkyō. Al sesto piano tutto traballa ma nessuno si scompone. Poi passa e si prosegue la visita. Ovviamente alla fine non può mancare la parte interattiva. Essendo il periodo Shōwa quello in cui ha avuto luogo la seconda guerra mondiale tutti vestiti da guerra. Due le possibilità: la divisa da soldato o il copricapo per proteggersi dalle bombe.

I due ruoli sopra descritti sono in “Una tomba per le lucciole”

La guerra per la mia generazione è una cosa strana. Vicina ma allo stesso tempo lontana, presente ma non vissuta direttamente… Di certo per quanto non riesca a capire cosa comporti vivere la guerra posso intuire che è qualcosa che cambia profondamente la vita.

Il museo di Edo-Tokyo è più “commerciale”. Un’accozzaglia di roba messa lì, che con l’ausilio di una guida è anche piacevole in un certo senso. Due cose ha di buono e sono che è vicino all’arena del sumō di Tōkyō e che (in conseguenza di ciò) ci sono dei ristoranti da lottatori di sumō. Pasto abbondante e ben saporito.

Per il resto abbiamo fatto del turismo abbastanza convenzionale nella scelta dei luoghi. Un esperienza colorita è stata fermarsi alla chinatown di ritorno da Kamakura.

Non so come sia la cina vera, ma magari ci assomiglia.

La teoria del mio professore è che i ristoranti sulla via principale anche se mediocri sopravvivono grazie alla loro visibilità. Quelli nelle viuzze più nascoste invece se non sono buoni falliscono entro breve. Con questo metodo abbiamo trovato un mini “ristorante” a gestione familiare nascostissimo. I proprietari, una signora giapponese e il marito cinese, sono stati piuttosto stupiti nel vedere una compagnia così numerosa entrare nel loro locale. Probabilmente il motivo era collegato al fatto che quando abbiamo ordinato gyoza per tutti le scorte in cucina non erano sufficienti a soddisfare la richiesta. Abbiamo supplito alla mancanza lasciando fare al nonno-cuoco che abbiamo scoperto poi essere stato cuoco in un ristorante cazzuto di Shinjuku.

*una piccola nota di dovere sul termine cazzuto, che è anche diventato argomento di discussione tra me e una mia amica tempo fa. Sul suo uso attributivo in riferimento ad una persona sembrano non esserci dubbi, cazzuto è (1) uno “che ci sa fare, in gamba”. Così dicono tutte le fonti che ho consultato compresi i dizionari “seri”, quelli che escono nei negozi. Poi però, stando al wikizionario e altre fonti minori ci sarebbe anche il significato di (2) “oggetto di poco o nessun pregio”. Ale, hai mica scritto tu quella definizione sul wikizionario? Fatto sta che ovviamente nel mio caso il temine è usato nell’accezione positiva di cui al punto 1.
Aggiungerei a questo punto una citazione bibliografica fondamentale:
«Come ti chiami?»
«Leòn»
«Che nome cazzuto!»